Bhe! non sono d'accordo ma leggere il libro consigliato da Saverio non fa certamente male. Forse è ora di smettere di pensare in termini economici e di introdurre nel pensiero economico un poco di filosofia. Quindi cercate e leggete il libro "Poor Economics, a radical rethinking of the way to fight global poverty" di Abhijit V. Banerjeey y Esther Duflo.
domenica 2 giugno 2013
venerdì 31 maggio 2013
POLLO ARROSTO
Sai ched’è la statistica? È ’na cosa
che serve pe’ fa’ un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che sposa.
che serve pe’ fa’ un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che sposa.
Tra l'altro, ma non solo. A parte a fa un conto in generale la statistica è uno degli strumenti che possiede un Governo per decidere le sue politiche che, se non vado errato, dovrebbero ipoteticamente essere orientate a soddisfare i bisogni del governato, del cittadino insomma. Lo strumento diventa un vero strumento solo quando la statistica è indipendente dal Governo e registra freddamente dati separati dalle opinioni (o dalle politiche, il che è lo stesso). Senza i dati non sapremo quanta gente che nasce, che sta male, e non sapremmo nemmeno perché nasce e perché sta male. Sostiene Trilussa che
secondo le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:e, se nun entra ne le spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.
Secondo Des McHale, «l’umano medio ha una mammella e un testicolo». Il che, a rigore, è vero seppur palesemente falso. E dimostra come la statistica non solo sia uno strumento importante ma come il suo uso possa essere assai pericoloso qualora non venga correttamente gestito. Il problema delle statistiche è quindi difficile e non si limita alla complessa scienza della raccolta e analisi dei dati anzi, si potrebbe dire che questo è un aspetto secondario. Quello che importa è l'uso o il loro non uso. La decisione di raccogliere ed analizzare i dati, come farlo e di come analizzarli è in realtà una decisione politica che ha ripercussioni sul cittadino. Così, la mancanza di dati o la loro pubblicazione parziale può divenire un potente strumento di gestione del potere tramite il quale dimostrare, come il poeta, che ognuno mangia un pollo ma tu resti senza mentre un altro ne mangia due. Come dice Livraghi nelle sue premesse al libro di Huff Mentire con le statistiche (ed. M&A) "...Ma di dati, più o meno attendibili, siamo continuamente inondati. E, anche quando in un’analisi o in un commento non viene specificamente indicato un numero, spesso si trovano affermazioni basate su qualcosa che ha origine da una statistica, mentre nessuno ha la bontà di dirci quale sia la fonte e come si sia arrivati a stabilire se davvero gli uomini preferiscono le bionde ..."
Lo stesso principio vale nella lotta alla povertà. Gli stessi dati dimostrano, a seconda di chi li usa, che un Paese è uscito dalla povertà o, al contrario, che i livelli di questa sono aumentati. Le due conclusioni fanno gioco a pochi certamente non a tutti.
Lo stesso principio vale nella lotta alla povertà. Gli stessi dati dimostrano, a seconda di chi li usa, che un Paese è uscito dalla povertà o, al contrario, che i livelli di questa sono aumentati. Le due conclusioni fanno gioco a pochi certamente non a tutti.
sabato 4 maggio 2013
QUADRATURA DEL CERCHIO

Fuori della location (eh si, noi le sale congressi le
chiamiamo location, fa fino e non impegna come direbbe il mio amico Stanislao,
che dio abbia in gloria i suoi genitori) di Busan i massimi esperti sembravano
preda di una delle più virulente epidemie di orticaria. Chi si grattava di qua,
chi di la. Ma tutti non tralasciavano una grattatina al cuoio capelluto.
Sebbene sia certo che la stimolazione dello stesso abbia benefici notevoli
sulla ricrescita del capello ho il vago sospetto che l’attività non fosse dovuta
all’incipiente calvizie ma al forforoso tentativo di conciliare gli interventi
di cooperazione con quelli del settore privato così come richiesto nel corso
della Conferenza.
Tralasciamo i risultati ottenuti dalle precedenti
conferenze, sospendiamo il giudizio sui benefici tricologici del massaggio
cutaneo e concentriamoci sui rapporti tra i due corni del problema e che
potrebbero essere riassunti nella semplice domanda: possono coesistere le due
visioni? Si, credo di si, sebbene non sia facile trovare una soluzione. Non che
si arrivi alle difficoltà concettuali della quadratura del cerchio, ma ci si
avvicina molto. E non tanto perché non
sia facile trovare dei punti di contatto ma perché la difficoltà resta, tutta,
nel conciliare due visioni oramai contrapposte e l’una contro l’altra armate.
Keynes vs Smith, il diavolo e l’acqua santa, lo ying e lo yang. Se dovesse prevalere, come parrebbe, una
visione del mercato quale unica forza regolatrice dello sviluppo allora ci si
troverebbe di fronte ad un dilemma irrisolvibile, poiché il mercato dovrebbe
rappresentare l’unica forza motrice dello sviluppo ripudiando, nella sua
accezione più pura e classica, qualsiasi intervento dello Stato visto, quest'ultimo, come
impedimento al libero agire dell’uomo le cui capacità sono il motore del
progresso economico, e non solo. E’ quindi l’economia, parrebbe, il fine ultimo della
natura umana, la produzione di merci e il loro libero scambio, regolato dalla
domanda e dall'offerta e che, per meccanismi che non oseremmo definire
darwiniani, finisce con trovare un equilibrio. Così come in natura l’uso delle
risorse determina un equilibrio dinamico
delle popolazioni così il mercato con le sue, poche e semplici regole, dovrebbe
condurre ad un equilibrio ciclico che passa da una fase log ad un plateau e,
per deplezione delle risorse, alla decadenza. Il ciclo naturale di una
popolazione, quindi, riprende all'infinito Ma il perpetuarsi di tale
meccanismo in natura, nella sua semplicità, basato su poche, pochissime regole
non è in realtà frutto delle regole ma dalle eccezioni. Ben lo sa chi s’occupa
di genetica scienza questa che individua nella mutazione, e non nella stabilità, il motore dell’adattamento. Ma
l’economia, sfortunatamente, non segue le lineari logiche della biologia, ne
della scienze umane. Segue regole tutte sue, che sfuggono alla comprensione di
chi tali regole crede, e pensa, di dominare.
Come che sia, e se le teorie dei Chigaco boys fossero
applicate alla lettera, il dettato di Busan non avrebbe significato alcuno poiché
libero mercato, nell'accezione dei discoli di Chicago, tiene in non cale alcune
variabili sociali che, al contrario, sono fondamenta dell’azione della
cooperazione allo sviluppo e, più in generale, del vituperato Stato. Se la
promozione di un maggior coinvolgimento del settore privato nelle politiche di
sviluppo dei PVS (espressione datata e detestabile) dovesse ispirarsi al modello neoliberista, così come coniugato da Friedmann, questo dovrebbe
obbligatoriamente passare da un concetto neo colonialista di
appropriazione delle risorse. Cosa che, in
parte, avviene; basti pensare al fenomeno del land grabbing. Ed anche questo
farebbe parte, secondo le teorie neoliberiste, delle dinamiche del libero
mercato. Ma quindi il libero mercato, nella sua accezione moderna, continuerebbe
a basarsi sulle possibilità offerte a chi ha già. Si potrebbe obiettare, si
obietta, che il mercato consente a chiunque – la teoria delle noccioline
americane – di passare da uno stato di povertà ad uno di ricchezza e che per
effettuare tale passaggio basterebbe utilizzare la libera iniziativa, metterne
a frutto le infinite possibilità di commercio – il mercato null'altro è che
smercio di beni di infinita natura e
quindi di infinite possibilità – se non fosse che il mercato si basa sulla
disponibilità di capitali, anch'essi beni commerciabili qualora se ne
ravvisasse la convenienza. Il punto è che tale convenienza non esiste se non
esiste un capitale tale da garantirne tale effetto. E quindi, il capitale
pretende la fornitura di garanzie che spesso coincidono con il capitale stesso.
Al di fuori dei circuiti finanziari l’unico prestatore di
garanzie, in passato, è stato proprio lo Stato il cui intervento è però adesso
considerato alla stregua del fumo negli occhi. Ma anche lo Stato presta o
fornisce le garanzie di cui il mercato ha bisogno chiedendo in cambio una
contropartita che nel linguaggio comune si concretizzano in una sola parola:
tasse. In poche parole io ti do le
garanzie che il mercato richiede se tu mi restituisci parte dei tuoi guadagni;
il concetto non è molto differente da quello delle banche ma restituire parte
dei guadagni sotto forma di interessi appare legittimo e condivisibile; pagare
le tasse, no. Se vi è qualcosa di più inviso dell’olio di ricino queste sono
proprio le tasse. Eppure, mentre l’interesse remunera un capitale le tasse fanno di
più: remunerano il capitale e inoltre vanno, o dovrebbero andare, al servizio
della comunità. Ma le tasse fanno ancor più, esse infatti pagano servizi forniti da capitali privati attivando
il mercato; sono quindi un sistema di finanziamento del mercato stesso.
L’abolizione delle tasse, così come auspicato da alcuni, non consente quindi di
finanziare proprio quel mercato che ha in odio lo Stato. Parrebbe che ci si
trovi di fronte al classico caso del cane che si morde la coda. Ma sono proprio le tasse che pagano quelle attività che si vorrebbero avviare, attività necessarie a porre le basi per un più sicuro intervento del capitale privato. Da un lato il capitale chiede la formazione di una rete di protezione dall'altro non vuole partecipare alla sua formazione.
E allora? Come possono essere integrate le diverse
concezioni? Basterebbe, forse, dar aria al vecchio cappotto di Keynes
ricordando che lo Stato ha ancora un ruolo economico e che questo è tanto più
importante quanto più la società è in crisi finanziaria. E' su un modello keynesiano che si sono sviluppate le società moderne così come le conosciamo. Il cappotto di Keynes sarà anche polveroso ma non v'è traccia di forfora.
mercoledì 1 maggio 2013
AGRICOLTURA - 1
L’agricoltura, nella sua più semplice definizione, è la scienza di produrre alimenti ovvero prodotti anche non alimentari. Spesso agronomia e agricoltura vengono usati come sinonimi ma in realtà il primo indica la scienza applicata alla produzione mentre agricoltura ha assunto un significato più tradizionale indicando l’insieme delle tecniche tradizionali sviluppatesi nel corso della sua storia.
Quale sia il termine corretto per indicare il processo produttivo è di tutta evidenza che esso non possa più essere limitato alla mera attività di produzione primaria ma deve comprendere una analisi multilivello di diversi fattori che si integrano tra di loro, pertanto l’agricoltura non andrebbe trattata diversamente da un qualsiasi processo economico il cui fine ultimo è la produzione di benessere sensu lato.
I motivi che hanno fermato lo sviluppo agricolo africano sono molteplici e ben conosciuti, ripetere qui quali essi siano non appare opportuno. Resta il fatto che nel suo complesso, e nonostante che dia impiego a ben più della metà della popolazione africana, essa non sia capace di contribuire allo sviluppo economico dell’area. Per anni considerato settore d’elezione per le diverse agenzie di cooperazione, nel quale hanno investito più di ogni altro settore, nell'ultimo decennio ha visto un calo d’interesse e di finanziamenti a causa dei risultati del tutto scoraggianti e, nella migliore delle ipotesi, non sostenibile. Gli esempi, anche all'interno della stessa cooperazione italiana, sono
innumerevoli. Tra le concause di tali fallimenti si deve comunque sottolineare
che un qualsiasi intervento di grande respiro, sia esso un perimetro irriguo o
una riforma fondiaria, non può esaurirsi nell'arco temporale determinato dal
risultato ma dai vincoli amministrativi finanziarie. Ad esempio la cooperazione
italiana lavora su un ciclo di bilancio di tre anni e non sull'effettivo raggiungimento dell’obiettivo specifico che in agricoltura deve, gioco forza,
seguire ritmi che non sono quelli amministrativi ma biologici-produttivi (si
pensi al ciclo colturale di un frutteto) La difficoltà di avviare un processo
di sviluppo economico partendo dall'agricoltura è ben noto. Tuttavia, le
diverse ricette che si sono susseguite s’incentrano su un solo semplice
concetto: l’agricoltura africana deve produrre di più e meglio, i suoi prodotti
devono entrare nel grande flusso del commercio internazionale e così, come
d’incanto, l’Africa dovrebbe uscire dalla povertà.
martedì 23 aprile 2013
LA PENDOLA
No, non è la pendola di mia nonna, o al meno così credo. La pendola della nonna era grande, scura, e non funzionava. Non ha mai funzionato, nonostante gli sforzi delle generazioni che si sono susseguite. Ma poi, vi domanderete, cosa c'entra la pendola della nonna con l'Africa? C'entra, c'entra perché sebbene non sia quella di mia nonna, e lei non abbia mai pensato a null'altro che a farla funzionare, sforzo vano come ebbe a dire suo figlio, mio zio, il pensiero sullo sviluppo rurale e' come un pendolo che oscilla ora da un lato ora dall'altro ma che non funziona mai; come la pendola della nonna.
Si possono distinguere due tendenze opposte che s'accostano allo sviluppo. (1) Una promuove lo sviluppo agricolo che privilegia una modernizzazione dell'agricoltura nel quadro dell'agro-industria capace di sfruttare al meglio i potenziali produttivi disponibili, che ha come effetto la concentrazione delle terre e, quindi, l'eliminazione delle piccole aziende familiari. L'altra tendenza, al contrario, sostiene una politica agraria basata sulla piccola azienda familiare unica capace di raggiungere gli obiettivi di lotta alla povertà non solamente perché capaci di adattarsi alle diverse condizioni produttive ma perché unico sistema capace di stimolare l'impiego agricolo e rurale, e finalmente permettere il miglioramento della vita nelle campagne.
Questo approccio, manicheo, come la pendola della nonna non prevede alternative, o l'uno o l'altro, o funziona o non funziona. Generalmente parlando, le ONG tendono verso l'agricoltura familiare, le Agenzie governative guardano all'impresa privata, dotata di capitali, come unica soluzione allo sviluppo rurale.
La pendola della nonna, generalmente nella notte, rintoccava senza preavviso alcuno e chi dormiva nella vasta casa si svegliava di soprassalto. La pendola era un incubo, salvo per la nonna il cui volto ad ogni rintocco, casuale, lasciava trasparire un sorriso appena accennato. Lo stesso di chi si occupa di sviluppo rurale ben sapendo che di esso non esiste una definizione. Aspettiamo, come la nonna, il prossimo rintocco sperando che sia quello buono.
(1) Claude Freud, « Devèze, Jean-Claude (dir.). — Défis agricoles africains », Cahiers d'études africaines [En ligne], 202-203 | 2011, mis en ligne le 10 octobre 2011, consulté le 26 mars 2013. URL : http://etudesafricaines.revues.org/14287
sabato 20 aprile 2013
L'AFRICA TRA IMMAGINE E REALTÀ'
E’ con disagio che leggo quanto la nostra stampa
riporta dell’Africa; un continente immaginato, anticamera dell’inferno. Un
inferno animato da catastrofi bibliche e spauracchi ancestrali che, sia chiaro,
esistono e condizionano la vita sociale ed economica dell’Africa ma, occorre
dirlo, senza paralizzarla.
Sottolineare continuamente gli aspetti negativi, le
epidemie, le catastrofi naturali e quelle, non meno dannose provocate dalla
mancanza di democrazia, è utile solamente a suscitare sentimenti di
sfiducia e la facile convinzione che l'Africa sia un continente perduto, incapace con le sue sole forze di uscire dalla povertà. Sono gli stessi argomenti che hanno dato giustificazione alle conquiste coloniali.
Ed allora, non mi resta che concordare con Amselle nella sua cruda e lucida
analisi. “Se le cose stanno così, è perché l’attenzione rivolta alla povertà
e alla malattia è uno degli ingredienti essenziali del “charity business” il
quale fa leva sulla reiterata mobilitazione e colpevolizzazione di ampie fasce
della popolazione europea e nord americana”.
Al contrario, chi quotidianamente lavora con le
diverse realtà africane, sa che esse sono sempre più impegnate in un profondo
processo di riforme, spronate dalla consapevolezza, fatta propria dalla
maggioranza dei governanti dei Paesi dell’area, che non si può uscire dal
circolo vizioso della povertà senza favorire lo sviluppo di un vero e profondo
processo democratico. E tuttavia, ancora, i media non si soffermano su esempi
positivi ma mostrano ripetute sequenze di guerra, dolore e distruzione.
Ripeto, non voglio nascondere l'esistenza di guerra e dolore. L’Africa è ancora segnata da una forte instabilità ma tale instabilità
non è dovuta a frizioni etniche ma al fatto che le società africane sono parte
di una complessa rete di scambi economici che risentono, purtroppo ancora, dei
secoli di colonizzazione il cui retaggio sembra far fatica a sparire.
Molti Paesi sono riusciti tuttavia a superare con le
armi della diplomazia le divergenze. E ancora una volta il nostro sistema di
comunicazione sembra non farci caso. Se alla guerra, alla povertà, alla
malattia sono dedicate pagine e pagine di giornali e riviste, ore ed ore di
trasmissioni televisive, alla pace s’accenna solamente, glissando, in trafiletti
redazionali. Daniele Mezzana analizza sapientemente il problema della
distorsione dell’immagine del continente nei vari media e canali di
informazione e i tentativi con i quali i diversi attori sulla scena stanno
cercando di modificare tale atteggiamento.
Occorre aumentare il nostro impegno perché la
visione apocalittica lasci spazio alla realtà delle cose, contribuendo a
ricollocare l’Africa sullo scenario internazionale. Se non riusciremo in tale
compito, credo che tutti gli sforzi, anche finanziari, che la comunità
internazionale ha fatto sino ad ora saranno destinati ad essere percepiti, nel migliore dei casi, dalla
vasta maggioranza della popolazione del mondo come l’ennesima battaglia contro i mulini a vento. Nel peggiore come uno spreco.
Più e più volte l’Italia ha ribadito l’importanza di
modificare tale impostazione perniciosa. E non solo perché la vicinanza
dell’Italia alle coste africane è ponte naturale tra i due continenti ma perché
occorre creare fiducia nel sistema Africa. Spesso si accusa la cooperazione
internazionale di sprecare risorse ma gli aiuti allo sviluppo non possono da soli riportare le società africane
nel contesto mondiale, ammesso e non concesso che esse ne siano mai state
allontanate. Ricreare la fiducia delle nostre società sulle società africane è
un compito fondamentale. E’ solamente attraverso questo processo di
comunicazione, che si potranno mobilitare gli investimenti privati, veri motori
di una rinascita economica.
Occorre, dunque, che avanzi una cultura della
comunicazione positiva impegnarsi in uno sforzo notevole per far conoscere, e
far riconoscere, che gli impegni finanziari e politici per la costruzione di
nuove relazioni con i diversi Paesi dell’area non sono costruzione di
cattedrali nel deserto o finanziamento, più o meno occulto, a Governi corrotti
o dispotici come troppo spesso traspare dalla stampa.
Il nostro dovere istituzionale è quello di
contribuire ad irrobustire le istituzioni favorendo lo sviluppo di capacità
endogene, di programmazione e gestione delle risorse e incoraggiandone l’uso
per l’attuazione di politiche sociali volte al raggiungimento degli Obiettivi
del Millennio. Ma questo non è ancora sufficiente, dobbiamo fornire mezzi e
strumenti con i quali le diverse realtà africane possano comunicare con il
mondo, contribuendo a riportare l’immagine dell’Africa alla realtà dei fatti.
Mi preme sottolineare, ancora una volta, che l’Africa non
è, e non deve esser considerato, un continente omogeneo. Vi si incontrano
situazioni tra le più diverse: Paesi che hanno con decisione e coraggio
intrapreso il cammino della modernizzazione e delle riforme, Paesi che con più
fatica si accingono ad intraprenderlo ed altri Paesi ancora che a causa della
situazione di instabilità interna stentano a comprendere le ricadute che
potrebbe avere l’avvio delle riforme democratiche sul tessuto economico e
sociale del proprio Paese, sull'efficacia delle politiche di riduzione della
povertà e sul conseguimento degli Obiettivi del Millennio.
La cooperazione italiana guarda, quindi, con
sempre maggiore fiducia alle possibilità di sviluppo dell’Africa e ne
riconosce le immense potenzialità. Per questa ragione ha confermato l' impegno per l’Africa.
Siamo impegnati in questo processo e, senza elencare
le numerose iniziative avviate e completate, perché ne risulterebbe un noioso
elenco di cifre e titoli che non hanno alcun interesse in questa sede, quello
che vorrei sottolineare è l’importanza che nel nostro lavoro quotidiano attribuiamo ad una corretta
comunicazione, capace, auspicabilmente, di raggiungere nella maniera più
completa ed obiettiva sia le società africane che quelle dei Paesi donatori.
giovedì 18 aprile 2013
EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO

La casella di posta dell'altro giorno era decisamente sconfortante, chi si lamentava dell'inefficienza di quel Ministero, chi di quell'altro, chi aveva a che ridire sul concetto di process, chi, invece, riteneva che il pillar dovesse essere il process. Chi, più confuso riteneva il process equivalente al pillar, chi, ancora considera prioritario identificare il benchmark, chi, al contrario, sostiene essere cosa inutile il benchmark senza un previo studio del baseline. Tutti concordavano sull'inefficacia e l'inefficienza: dell'uno o dell'altro. Infinite permutazioni dell'essere.
Ma tra un lamento e l'altro ecco apparire, nel linguaggio stentato di chi vorrebbe dominare il burocratese senza conoscerne la grammatica e la sintassi, una richiesta che non s'era mai vista: poteva questo Ufficio trovare un posto dove passare tre settimane svolgendo - a proprie spese -attività' di volontariato, non importa cosa, purché quella cosa indefinita fosse utile. Ma a chi, a cosa?
Confesso. La mano è corsa veloce al mouse puntando la freccia sulla X di elimina. E poi s'è fermata, perché cestinare un desiderio? Non è forse vero che noi, che abbiamo passato la nostra vita ad inseguire la chimera del successo della cooperazione, passiamo il tempo, quel poco rimasto tra un process ed un pillar, a lamentarci che è sparito quello spirito che ci ha mossi verso l'altro o forse, più realisticamente, la realizzazione dei sogni nati e maturati - e fortunatamente mai realizzati - sulle pagine di Salgari e Verne? Non abbiamo anche noi, tutti, iniziato inviando una lettera stentata e sgrammaticata? Ed ora che potremmo aiutare a conservare un sogno perché mai lo dovremmo cestinare?
Il cinico che è in noi, lo sguardo acuto di chi conosce, di chi sa, sorride. Lo stesso sorriso di Yanez. Come Yanez saremmo tentati di liquidare la faccenda accendendoci l'ennesima sigaretta. Come il Corsaro Nero saremmo tentati di affondare il vascello dell'odiato Van Guld sparando due palle incatenate. E invece, forse a malincuore, dobbiamo riconoscere che in noi esiste, resiste lo spirito di Kammamuri.
La foto e' bellissima. Tuttavia, se protetta da copyright,mi scuso con l'autore e se richiesto la elimino
.
Il cinico che è in noi, lo sguardo acuto di chi conosce, di chi sa, sorride. Lo stesso sorriso di Yanez. Come Yanez saremmo tentati di liquidare la faccenda accendendoci l'ennesima sigaretta. Come il Corsaro Nero saremmo tentati di affondare il vascello dell'odiato Van Guld sparando due palle incatenate. E invece, forse a malincuore, dobbiamo riconoscere che in noi esiste, resiste lo spirito di Kammamuri.
La foto e' bellissima. Tuttavia, se protetta da copyright,mi scuso con l'autore e se richiesto la elimino
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